Il problema della bilancia commerciale tedesca

Sottotitolo: 
il governo della signora Merkel non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di una politica fiscale (più) espansiva. Ci si può chiedere però perché l’ipotesi di una maggior crescita salariale non sia stata presa in considerazione.

Nel 2016 l’eurozona (EZ) ha avuto un attivo di bilancia commerciale di 472,5 miliardi di euro; il 50,5% è dovuto alla Germania, la quale ha una quota di PIL pari al 29,2%. Quindi mentre l’attivo EZ costituisce il 4,4% del PIL, quello tedesco è pari al 7,6%. L’attivo della bilancia commerciale tedesco costituisce oltre il 90% della bilancia delle partite corrente (8,3% nel 2016), ben oltre il limite del 6% indicato dalle procedure di squilibrio macroeconomico. Si comprende perciò perché fin dai tempi di Obama negli USA vi fosse un giudizio critico verso la politica economica dell’EZ, dovuta in buona misura alle decisioni tedesche. Il giudizio critico si è trasformato con Trump in aperte ostilità. 

Negli anni novanta la Germania si era trovata in deficit di bilancia delle partite correnti, a causa dell’unificazione, e ciò aveva creato una forte preoccupazione nella classe dirigente tedesca. La politica di compressione salariale attuata con i primi anni duemila ha avuto sicuramente un ruolo nei guadagni di competitività rispetto agli altri paesi EZ, riportando in attivo, a livelli mai raggiunti in precedenza, il saldo della bilancia.

Uno studio recente dell’Istituto per la politica macroeconomica (IMK) (1) affronta un interessante quesito, chiedendosi cosa sarebbe avvenuto se tra il 2001 ed il 2015 il salario medio fosse stato ogni anno superiore dell’1% rispetto a quello che si era effettivamente avuto. La risposta è che vi sarebbe stata una riduzione della bilancia delle partite corrente, ma l’attivo sarebbe rimasto comunque oltre il limite del 6%.

Più in particolare il più alto salario medio avrebbe determinato un livello più alto dei prezzi delle esportazioni, quindi una certa perdita di competitività, ma questo fatto avrebbe portato ad un volume maggiore di incassi, non minore. Infatti la riduzione delle quantità esportate sarebbe stata minore rispetto all’aumento dei prezzi (elasticità minore dell’unità) per cui l’effetto complessivo sarebbe stato, da lato delle esportazioni, quello di un aumento degli incassi. D’altra parte vi sarebbe stato un certo aumento del volume delle importazioni, per cui l’attivo della bilancia commerciale sarebbe sceso, ma in una misura molto limitata (-6,4%).

Tuttavia questo effetto dipende dal solo mutamento dei prezzi relativi export-import. Ma c’è da considerare gli effetti del mutamento nella distribuzione del reddito, con crescita del monte salari e quindi dei consumi. Non solo, ma questo determina un aumento delle entrate fiscali, le quali, essendo entrate aggiuntive, potrebbero tradursi in maggiori spese pubbliche, per esempio per investimenti, e comunque vi sarebbe stato un leggero miglioramento del surplus del bilancio pubblico per tre miliardi. In questo caso vi sarebbe un maggior calo del surplus delle partite correnti (-14% nel 2015) soprattutto attraverso una crescita delle importazioni; delle quali, evidentemente, avrebbero tratto beneficio gli altri paesi europei.

Malgrado ciò tuttavia il saldo delle partite correnti sarebbe rimasto pari a circa il 7,2% del PIL, quindi nettamente sopra al limite del 6%. Quindi la conclusione dello studio è che per ridurre ulteriormente il surplus delle partite correnti lo stimolo fiscale sarebbe dovuto essere nettamente più forte, abbandonando l’obiettivo del pareggio di bilancio perseguito dal governo tedesco.

Ovviamente il governo della signora Merkel non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di una politica fiscale (più) espansiva. Ci si può chiedere però perché l’ipotesi di una maggior crescita salariale, come quella ipotizzata dallo studio IMK, non sia stata presa in considerazione. A parità di bilancio pubblico, sfruttando solo le maggiori entrate fiscali, si avrebbe avuto maggiore occupazione del 3%, maggiori consumi del 8,4%; non solo, ma anche i profitti lordi sarebbe cresciuti 8,5%, come conseguenza della crescita ( 3,7%) del PIL.

La domanda ovvia che ci si può porre è perché una politica orientata verso una maggiore crescita salariale, con risultati in cui tutte le parti guadagnano, non sia stata effettuata dai governi tedeschi. La risposta non può essere perché ciò avrebbe comportato una modifica della distribuzione del reddito a favore dei salariati; infatti la quota dei salari sarebbe aumentata, ma in una misura modesta (2,4%).   

La risposta va piuttosto cercata nelle linee di politica economica che tutte le formazioni di destra in Europa hanno formulato: puntare sulle esportazioni comprimendo la domanda interna, in particolare quella di consumi pubblici, ma anche privati, e liberalizzando il mercato del lavoro (con serie conseguenze sulla distribuzione del reddito); il caso spagnolo è l’esempio perfetto. Ma questo tipo di politica può riuscire in un paese, non in tutta l’Europa. 

Da qualche tempo sia la BCE che la Commissione Europea si interrogano sulla scarsa dinamica dei salari, che potrebbero dare slancio ai consumi ed anche all’inflazione, ancora troppo bassa. Ma questo è il risultato delle politiche scelte. Cambiando politiche ci si accorgerebbe che il mistero della crescita salariale mancante si potrebbe risolvere.

[1] Gustac Horn et. al., The Role of Nominal Wages in Trade and Curren Account surpluses. An econometric analysis for Germany, June 2017

Ruggero Paladini

Economist - Professor of "Scienza delle Finanze" at University "La Sapienza" Roma; Member of the Economic Board of Insight - ruggero.paladini@uniroma1.it

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