L’Italia e le misteriose riforme

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Berlino e Bruxelles puntano alle riforme strutturali, al cui centro vi è la riforma del mercato del lalvoro da realizzare attraverso la creazione di un esercito industriale di riserva. Un (involontario?) tributo a Karl Marx.

Tutti sanno – eccetto che a Berlino e Bruxelles – che è stata la crisi economica causata dal settore finanziario a far esplodere i deficit pubblici. In Italia il deficit nel 2009 sale da 2,7 a 5,5; anche il PIL diminuisce di 5,5 punti percentuali (e già nel 2008 l’Italia era stato il paese europeo ad avere la peggiore recessione, a parte l’Estonia: -1,2). Nessuna meraviglia se il rapporto debito-PIL passa da 106,1 a 116,4.

Ma all’inizio del 2010, quando Papandreu comunica che il governo Karamanlis ha truccato pesantemente i conti, il governo tedesco rovescia il nesso causale, addebitando la crisi e i debiti pubblici alla irresponsabilità fiscale dei paesi del sud. Anche il caso irlandese viene fatto rientrare in questo quadro, visto che il governo si era assunto tutti i debiti delle banche. Come disse Angela Merkel “qualunque massaia tedesca sa che non si può spendere più di ciò che si guadagna”.

Strette fiscali, ai limiti del sadismo nel caso greco, vengono imposte a tutti i paesi dell’area euro, ma anche il governo conservatore britannico segue la stessa filosofia. Dopo quattro anni possiamo riassumere i risultati italiani: il deficit è calato da 5,5 a 3,2 nel 2013, ma il PIL è cresciuto di 2,2 punti nel 2010-2011, per diminuire di 4,2 punti nel 2012-2013. Nessuna meraviglia se il rapporto debito-PIL è salito a 133.

Adesso neanche alla BCE (e alla Bd’I) credono alla teoria dell’austerità espansiva; si ammette che nel breve periodo l’effetto delle strette fiscali sia negativo. Tuttavia si continua a pensare che il moltiplicatore (in media) sia comunque nell’ordine del -0,5. Cioè un punto di deficit in meno determini mezzo punto di PIL in meno. Ma se l’effetto è sottostimato, e neppure di tanto, allora i tagli al deficit hanno un risultato perverso. In realtà con un debito come quello italiano basta che il moltiplicatore sia pari o superiore a -0,75 per creare un circuito vizioso: taglio del deficit, calo del PIL, risalita del deficit, nuovo taglio, col risultato che il rapporto debito-PIL continua a salire. In effetti è quello che è successo in Italia nei quattro anni 2010-2013: una quindicina di punti in più.  

Ma il calo del PIL in tutti i paesi Eurosud ha avuto un importante effetto sulla bilancia commerciale: i paesi hanno importato di meno (per la caduta dei consumi) ed esportato di più, poiché le imprese si sono rivolte verso la domanda estera. In particolare la Spagna ha avuto un miglioramento molto forte della bilancia commerciale (+10 punti di PIL in sei anni), dovuto anche ad un miglioramento del costo del lavoro per unità di prodotto, ottenuto attraverso un massiccio processo di licenziamenti. L’Italia ha avuto un miglioramento più contenuto (+ 3 punti), per cui a Berlino e Bruxelles si pensa che Roma dovrebbe imitare Madrid.

A questo proposito però andrebbe ricordato che la procedura sugli squilibri macroeconomici mette al primo posto il saldo delle partite correnti, ma al secondo la posizione netta  del debito estero, dove la posizione passiva della Spagna alla fine del 2011 era pari al 93,5% del PIL, mentre quella italiana era del 49,5%.   
 
Sempre a proposito dei due paesi, l’Economic Outlook (maggio 2013, n. 93) dell’OECD ha calcolato l’effetto positivo sul PIL, tra una dozzina di anni, delle riforme strutturali, divise in riforme del mercato del lavoro, del mercato dei prodotti, e del sistema pensionistico. Sia per l’Italia che per la Spagna sono previsti sette punti in più; la differenza è che in Italia la componente più importante è quella del mercato dei prodotti, poi della riforma pensionistica e infine del mercato del lavoro. Invece in Spagna il risultato è ottenuto quasi per intero dalla riforma del mercato del lavoro. Infatti nel periodo 2010-2013 il PIL spagnolo è sceso di 7,1 punti, come quello italiano, ma l’occupazione è scesa in Spagna dei 18,3%, mentre in Italia del 5,9%.

Non è il caso di entrare nei dettagli di questi dati; basta dire che in Italia il fenomeno dei lavoratori scoraggiati, spesso donne, che non cercano più lavoro, è nettamente più rilevante che in Spagna. Il punto che vorrei sottolineare è un altro: a Berlino e Bruxelles evidentemente quello che gli interessa è soprattutto la riforma del mercato del lavoro, da ottenere attraverso la creazione di una adeguato esercito industriale di riserva. Forse non lo sanno, ma il loro maestro è Marx.

Dopo le elezioni tedesche e la formazione del probabile governo di coalizione, la visione del futuro dell’Europa sarà  la stessa: i paesi mediterranei dovranno avere una bilancia delle partite correnti almeno in pareggio, mentre ovviamente la Germania continuerà nella sua politica export-led. In questa prospettiva per i paesi mediterranei si prospetta una prolungata semi-stagnazione, con una situazione sul fronte del debito resa più difficile da bassi livelli di inflazione e tassi d’interesse al rialzo. Gli spagnoli sono a metà della loro legislatura; per l’Italia la massima durata del governo è un anno e mezzo, non di più. Forse la Merkel si troverà di fronte, alle prossime elezioni, Grillo o Berlusconi. 

Ruggero Paladini

Economist - Professor of "Scienza delle Finanze" at University "La Sapienza" Roma; Member of the Economic Board of Insight - ruggero.paladini@uniroma1.it