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Verso un New Deal rovesciato?
Sottotitolo:
Le politiche di "austerità" nell'Unione europea peggiorano le prospettive della crescita e dell'occupazione, mentre attaccano il potere dei sindacati e la contrattazione collettiva. La crisi che attraversiamo fu inizialmente paragonata a quella del 1929. C’era di che essere allarmati. Ma, al tempo stesso, maturò la speranza che, anche avendo diagnosticato per tempo la malattia, i governi sarebbero intervenuti per bloccarne l’evoluzione ed evitare il disastro sociale della Grande Depressione degli anni Trenta. Disgraziatamente le cose sono andate nel peggiore dei modi. Non sappiamo se saranno sufficienti. Robert Reich, ex ministro del Lavoro di Bill Clinton, ha scritto che sarebbero stati necessari almeno 1000 miliardi di dollari a favore delle fasce sociali più deboli e per un grande piano di investimenti infrastrutturali. C’è poi c’è l’incognita dell’opposizione repubblicana e del radicalismo fondamentalista dei Tea Party che minaccia di snaturare le misure messe in campo da Barak Obama. Ora si torna a evocare il rischio sempre più concreto del default greco. Eppure non si può fare a meno di ricordare che tre anni fa, quando il nuovo governo Paparndreu onestamente dichiarò che il precedente governo conservatore aveva lasciato un disavanzo molto più alto di quello dichiarato, sarebbe stato possibile concordare un piano di rientro in un tempo ragionevole. Invece con la richiesta di misure di risanamento così onerose da essere inattuabili si è trasformata una crisi di liquidità di possibile soluzione in una crisi di solvibilità che appare ormai irrisolvibile. Ma non basta. Gli interventi più memorabili furono l’instaurazione della Social Security, il sistema pensionistico pubblico, l’indennità di disoccupazione, il welfare per le madri single con figli a carico, il salario minimo legale, oltre alla riforma sindacale – la famosa Legge Wagner - che nei decenni successivi consentì uno straordinario sviluppo del sindacalismo americano. Insomma, la più grande politica di riforme sociali che si ricordi in un paese democratico come strumento d’intervento contro la crisi e, insieme, come strumento per una società più giusta, combattendo l’esplosione delle diseguaglianze che aveva caratterizzato i ruggenti anni Venti. Il caso italiano rientra in questo quadro. L’Italia ha certamente un cattivo governo di destra, anzi il peggiore nell’ambito dell’Unione. Ciò non ostante, il debito pubblico , pur essendo storicamente molto alto, toccando il 120 per cento del Pil, è stato contenuto nel corso della crisi, e il disavanzo pubblico sarà, secondo le stime correnti, il più basso tra i maggiori paesi dell’eurozona dopo la Germania. Questo non è bastato per frenare la caccia dei mercati finanziari a una nuova preda, la più grossa, dopo le iniziali di piccola taglia, come la Grecia, l’Irlanda,il Portogallo e poi la Spagna. L’ argomento portato a sostegno di questo cambiamento strutturale del modello contrattuale starebbe nella necessità delle imprese di far fronte alle esigenze di competitività imposte dalla globalizzazione. Dal punto di vista dei lavoratori si tratta di una motivazione infondata e perfettamente rovesciabile. E’ proprio nel quadro della globalizzazione che l’azione collettiva, frammentata a livello aziendale, pone il sindacato e il lavoratori in una permanente condizione di ricatto, e rompe il quadro di riferimento nel quale si muovono le stesse aziende. Ne abbiamo visto un esempio clamoroso in Italia con la Fiat. Marchionne, amministratore delegato della Fiat-Chrysler, ha chiesto di rompere il rapporto con il contratto nazionale dei metalmeccanici e di accettare un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. In pratica senza negoziare, ma ponendo come alternativa la chiusura dello stabilimento di Pomigliano nei dintorni di Napoli, e quello storico di Mirafiori a Torino, che un tempo fu la più grande fabbrica automobilistica europea. La CISL e la UIL in rottura con la FIOM- CGIL hanno sottoscritto l’accordo e i lavoratori in un referendum imposto dall’azienda hanno approvato sotto ricatto l’accordo, essendo l’alternativa alla chiusura delle fabbriche e alla perdita del lavoro. E’ bene dire che non si tratta di un’invenzione estemporanea, o dovuta alla particolare aggressività di un’azienda. E’ il modello americano, per l’appunto basato sulla contrattazione aziendale, che nel corso degli ultimi decenni, con l’avanzare della globalizzaizone, ha pressoché distrutto il sindacato americano ridotto a rappresentare nel settore privato il 7 per cento dei lavoratori. Il risultato è stato la stagnazione dei salari, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’esplosione della diseguaglianza. Con il venir meno dell’unità e della solidarietà che è il terreno sul quale si operano le mediazioni necessarie del contratto nazionale, e si fissano anche le regole e i confini della contrattazione aziendale, la condizione di isolamento nella quale si trovano i lavoratori e il sindacato nel confronto frammentato fabbrica per fabbrica, l’arretramento del sindacato in un’azienda, quasi sempre imposto sotto il ricatto dell’’occupazione, diventa il paradigma del negoziato in tutte le altre aziende. Non è una soluzione per fronteggiare i rischi connessi alla globalizzazione, ma il modo di fare dei lavoratori la vittima sacrificale. Contrariamente a quelle che potevano essere le speranze di una crisi affrontata tenendo conto delle lezioni della storia della Grande Depressione, siamo di fronte a un rovesciamento teorizzato e praticato di quello che all’inizio della crisi fu evocato come un possibile nuovo New Deal. E’ necessario battere la sfiducia e l’apatia per ricostruire un terreno di iniziativa comune fra sindacati, partiti della sinistra e cultura progressista. Lo slogan delle grandi manifestazioni di massa delle donne giustamente recitava.”Se non ora, quando?” Antonio Lettieri
Editor of Insight and President of CISS - Center for International Social Studies (Roma). He was National Secretary of CGIL; Member of ILO Governing Body, Member of the OECD's Trade Union Advisory Council and Advisor of Labor Minister for European Affairs.(a.lettieri@insightweb.it).
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