I “tamponi” della disoccupazione

Sottotitolo: 
Il Legislatore ha inventato vari tamponi, cedendo alla richiesta imprenditoriale di “lavoro flessibile”. Ma è solo aumentato il precariato, accompagnato dalla favola della flexicurity, unendo cioè “flessibilità” e “sicurezza del reddito” e comunque a scapito della “dignità” del lavoro

E’ complicato in piena pandemia parlare di disoccupazione in Italia, con un occhio speciale alla Campania. Lo era anche prima, dopo la crisi del 2008, essendo la disoccupazione (soprattutto meridionale) una costante del paese. Nel labirinto dei problemi aiuta il data-room di Milena Gabanelli e Rita Querzè (Corriere della sera, lunedì scorso 7 dicembre). Non per la novità bensì per il quadro schematico e chiaro della situazione italiana, iniziando dalle statistiche recenti: sull’aumento dei disoccupati, sui cosiddetti “inattivi” – oltre 10 milioni, specie giovani e meridionali – e sul paradosso del non-incontro domanda/offerta di lavoro.

Forse solo i politici, nazionali e (per competenza) regionali,  ignorano il quadro. O magari lo sanno ma imboccano la scorciatoia dell’assistenzialismo: procura consensi e consente “il nero” a lavoratori deboli e a disonesti “imprenditori”. Tutti dati preoccupanti, specie del Sud, e in peggioramento appena scade a fine marzo il divieto di licenziare dopo la proroga del Governo. Molte piccole e medie imprese (commercio; ristorazione; turismo ecc.) non riapriranno, licenzieranno i dipendenti o ne ridurranno il numero. Inutile dire che il divieto di licenziamento è un tampone fragile di dubbia legittimità,  giustificato soltanto dalla drammatica emergenza e non potrà durare.

Per la verità, nell’ultimo quarto di secolo, il Legislatore ha inventato vari tamponi, cedendo alla richiesta imprenditoriale di “lavoro flessibile”. Ma è solo aumentato il precariato, accompagnato dalla favola della flexicurity, unendo cioè “flessibilità” e “sicurezza del reddito” e comunque a scapito della “dignità” del lavoro. Difatti la flessibilità ha funzionato; la sicurezza del reddito molto meno. O meglio: questa pure ha un po’ funzionato, ma ingigantendo la spesa pubblica e diventando l’unico grande tampone senza lavoro. Una sorta di contenitore della varietà di sussidi pubblici: cassa integrazione (ordinaria; straordinaria; in deroga); indennità di disoccupazione; reddito d’inclusione; reddito di cittadinanza; reddito d’emergenza e quant’altro.

Tra questi, com’è noto, molta risonanza ha avuto il “reddito di cittadinanza”, cavallo di battaglia del M5S. Col quale ci s’illudeva di abbattere con un solo colpo povertà e disoccupazione. Infatti alla ricerca di occasioni di lavoro avrebbero provveduto i navigator, improvvisati cacciatori di teste e di braccia. Risultato: qualche riduzione della povertà; pochissime occasioni di lavoro; aumento del lavoro nero per scarso controllo dei “veri” bisognosi. Beninteso i tanti (troppi) tamponi sono adesso indispensabili per evitare che si muoia di fame e si metta a rischio l’ordine pubblico. Ma sono comunque tamponi costosi che non arginano la disoccupazione perché non creano lavoro: con gravi effetti sulla produttività dell’intero paese.

Si è detto e ridetto che è l’impresa a creare lavoro e perciò servono investimenti privati e pubblici in settori strategici dell’economia. I quali al momento non paiono identificati chiaramente e, nel cambiamento d’epoca, sono anch’essi mutevoli. Comunque diversi dal passato, oltre alla necessità d’infrastrutture materiali e immateriali. Ci penseranno i progetti del Next Generation Eu? Speriamo! Eppure non è vero che il lavoro manchi in assoluto. Non parliamo qui delle esigenze urgenti delle pubbliche amministrazioni – sguarnite dai pensionamenti di quota100, bisognose di svecchiamento e di risorse umane giovani competenti e innovative – e neppure del Comune di Napoli: che, pur traballante e dissestato, usa come tampone l’assunzione di centinaia di “lavoratori socialmente utili”, non si sa come e quanto qualificati. Sta di fatto che, cambiata la domanda, nulla s’è fatto per adeguarvi l’offerta.

Ed emergono i gravi e atavici nodi irrisolti: formazione e inerzia delle pubbliche amministrazioni, incapaci di collegare domanda e offerta di lavoro. In primo luogo la formazione, iniziale e continua, sempre trascurata sia dal potere pubblico sia dalle imprese. A cominciare dalla scuola e dagl’istituti professionali a finire a corsi di specializzazione coerenti con le esigenze delle imprese. In secondo luogo l’informazione: un portale efficiente, che da tempo funziona magnificamente nei paesi europei, e in Italia, dopo i tentativi falliti dagli anni ’90, affidato all’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). “Per fare qualcosa di simile a casa nostra – scrivono Gabanelli e Querzè – bisogna riunire su un unico portale le offerte dei principali motori di ricerca privati, le Regioni dovrebbero condividere le loro banche-dati e collaborare seriamente con l’Anpal”.

Un’operazione d’essenziale importanza ma abbastanza semplice se solo Ministero del Lavoro Anpal e Regioni si parlassero e s’impegnassero realmente sull’obiettivo col personale amministrativo preparato e attrezzato (non certo i navigator, precari dei quali non sappiamo se esistono e cosa fanno). Un’operazione che, a conti fatti, costerebbe molto meno delle “politiche passive” assistenziali e porrebbe fine allo scandalo di imprese che vorrebbero assumere e non trovano chi assumere. Su ciò, gettando un rapido sguardo alla Campania, sarebbe opportuno che il Presidente De Luca – il quale in qualcuna delle sue telecomunicazioni settimanali ha detto dell’assunzione diretta di giovani – comunicasse anche l’allestimento, nella nostra Regione, della “struttura di contatto” con Ministero e Anpal per superare quanto prima un paradosso incredibile. Se non ora, quando?
       
(Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno)

 

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.

Insight - Free thinking for global social progress

Free thinking for global social progress
Articles & Opinions
Antonio Lettieri
ITALY: A NEW RIGHT-WING GOVERNMENT IN THE EU CRISIS
Un nuovo governo di destra nella crisi dell’eurozona
Håkan Bengtsson
SWEDEN: LESS SPECIAL THAN IT WAS
Svezia: meno speciale di quanto non sembrasse
Mario Rusciano
MINISTRI, PURCHÉ SIANO COMPETENTI
Antonio Baylos
UN ACUERDO INTERNACIONAL EN LA INDUSTRIA DEL FÚTBOL
Carlo Clericetti
EU RULES, GERMANY LOOKING BACKWARDS
Regole Ue, la Germania guarda indietro
Claudio Salone
ELEZIONI-UN’OCCASIONE PER “NORMALIZZARE” IL SISTEMA
Thomas Palley
FLIRTING WITH ARMAGEDDON: THE US AND UKRAINE
Flirtare con Armageddon: Stati Uniti e Ucraina