Il lavoro fantasma del Mezzogiorno

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 E' necessario distinguere tra chi si trova in effettiva difficoltà economica e chi invece non ha subito perdite o potrebbe comunque sopportarle o magari con la crisi si è addirittura arricchito senza pudore.

E’ naturale che ad alleviare il disagio delle persone in difficoltà economiche per la pandemia siano i soldi pubblici. E che si costruisca un “motore di sostegno di massa”, da far funzionare con la “materia prima” di cospicue risorse finanziarie. Si raggiungono così a cascata più obiettivi: aiutare persone e famiglie; far circolare copiosa liquidità; sostenere i consumi; aumentare la domanda interna per stimolare l’economia. Imprevedibile l’ammontare delle risorse necessarie perché ora non si sa la quantità dei danni del coronavirus né con quante ondate e fino a quando  continuerà ad aggredirci. Specialmente al Sud, dove la povertà è di casa, fa impressione il numero dei richiedenti aiuto.

Tutti si dicono molto danneggiati dal lockdown e chiedono ristoro alle istituzioni pubbliche: direttamente, tramite rappresentanze sindacali e professionali o addirittura con manifestazioni e mobilitazioni spontanee (talora – si è visto – disordinate e persino selvagge). In genere i più provati sono piccoli imprenditori, commercianti, ristoratori, albergatori, lavoratori del turismo e dello spettacolo, artigiani ecc.. Molti di questi peraltro vorrebbero lavorare; e difatti, assieme al sussidio, chiedono al Governo (centrale o regionale) di riaprire quanto prima l’attività. Come se una simile decisione dipendesse non dalla curva dell’epidemia ma dai capricci della politica.

Chiamato in causa, il Governo risponde che tutti saranno aiutati e nessuno sarà lasciato indietro. E’ vero che, almeno per molti lavoratori dipendenti “regolari”, c’è la Cassa Integrazione (inferiore però alla retribuzione), ma per tutti gli altri non si può fare altro che distribuire a pioggia i sussidi statali, ovviamente con aumento vertiginoso del gigantesco debito pubblico. D’altronde nella tragica emergenza non c’è alternativa! Sorge però a questo punto un problema importante: quali sono i criteri adatti a identificare i “veri” bisognosi?

Un rompicapo di difficilissima soluzione perché le amministrazioni pubbliche non hanno gli strumenti necessari a individuarli e raggiungerli. Col rischio di fare scelte inique, fino al paradosso di aiutare chi ha meno bisogno e lasciar fuori chi ne avrebbe di più. Certo all’equa distribuzione degli aiuti non sempre sono adatti criteri empirici – come per esempio i precedenti guadagni fiscalmente documentati – che trascurano lo scarto tra realtà formale e realtà sostanziale. Tanto da far temere l’esplosione prima o poi della bomba dell’economia sommersa: nella quale rientrano soprattutto i lavoratori in nero, dipendenti o anche autonomi, finte “partite Iva” e financo taluni soggetti non classificabili, come gli ambulanti (più o meno abusivi). Un’area che soprattutto a Napoli e nel Mezzogiorno è molto vasta e variegata, corrispondente grosso modo all’area informale della disoccupazione e di quanti sopravvivono con l’arte di arrangiarsi.

E’ il panorama frastagliato delle nuove povertà, che ormai comprende pure i ceti medi: forse in tutta Italia, ma di sicuro con tinte più fosche al Sud. Poiché le varie amministrazioni non hanno dati attendibili di queste persone (anagrafe del lavoro; liste di disoccupati ecc.) e comunque, pur avendoli, sono incapaci di incrociarli, la collettività ha di che preoccuparsi. Non solo perché i soldi pubblici (compresi quelli del debito) sono di tutti i cittadini, ma soprattutto perché eventuali disparità di trattamento, facilmente rilevabili dai soggetti discriminati, potrebbero tradursi in turbative dell’ordine pubblico. Specie poi se il malcontento sociale fosse fomentato da gruppi antagonisti (di destra e di sinistra) o addirittura da clan criminali, che nella povertà di massa trovano il più fertile terreno di coltura.

Perciò non mancano perplessità sugli effetti del voto unanime del Parlamento, la scorsa settimana, sullo scostamento di bilancio: utile politicamente, ma non certo ad attutire le critiche aspre delle opposizioni. Che non perdono occasione per cavalcare il malessere diffuso di quanti non ricevono i ristori oppure lamentano di riceverli con ritardo o in misura inferiore alle perdite. Le opposizioni infatti hanno accompagnato il voto positivo allo scostamento con la richiesta di rinviare la scadenza della riscossione delle imposte (o addirittura di condonarle), ma senza alcuna distinzione tra i contribuenti.

Un punto allora va chiarito: se è giusto andare incontro a chi deve far fronte a scadenze tributarie e ha perso introiti per la chiusura dell’attività, è ingiusto non distinguere tra chi si trova in effettiva difficoltà economica e chi invece non ha subito perdite o potrebbe comunque sopportarle o magari con la crisi si è addirittura arricchito senza pudore. L’inedita crisi economica in cui da tempo viviamo, ora aggravata dalla pandemia, non consente certo di allestire in tempi brevi validi meccanismi di controllo pubblico delle reali situazioni di bisogno.

Del resto la carenza di codesti meccanismi è la stessa che non consente di scandagliare a fondo l’enorme zona infetta dell’evasione fiscale. E tornano sempre in primo piano le dolenti note di una burocrazia non all’altezza delle situazioni. E così ci accorgiamo che, mentre quel “motore di sostegno di massa” andrebbe montato su una macchina efficiente, lo si vuole montare su una macchina con le gomme a terra.  

(Dal Corriere del Mezzogiorno, Lavoro fantasma e tributi,  29 novembre 2020), 

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.

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