L'attualità dello "Statuto"

Sottotitolo: 
Una memorabile svolta politica e culturale del secolo scorso. Successivamente, da circa vent’anni, i diritti di lavoratori e  sindacati sono stati erosi da leggi ispirate al neo-liberismo.

Mezzo secolo fa nasceva lo “Statuto dei lavoratori” – legge 20 maggio 1970 n. 300 – destinato a riequilibrare i rapporti in fabbrica: tra l’“autorità” dell’imprenditore e la “libertà” dei lavoratori. Sembra strano ricordarlo mentre imperversa la pandemia e manca il lavoro (specie al Sud: esempio attuale Jabil e Whirpool). Sarà un paradosso, ma la ricorrenza non può passare sotto silenzio: la legge non è morta, pur dopo vari “interventi chirurgici”.

Lo statuto è una memorabile svolta politica e culturale del secolo scorso. Intrecciando diritti individuali e diritti sindacali, esalta il lavoro come valore fondativo della Repubblica democratica (art. 1 Cost.). Liberando i lavoratori dalla soggezione all’autoritarismo del vecchio potere imprenditoriale, li rende “cittadini”. Dando voce alle loro rappresentanze aziendali, collega base e vertice sindacale e riconosce le Confederazioni storiche.

All’inizio la legge fu malvista dagl’imprenditori, costretti a interloquire con chi, rappresentando i dipendenti, fa da contrappeso al loro potere indiscusso. Prima controllavano vita privata e opinioni politiche religiose sindacali dei lavoratori; li discriminavano nei trattamenti e nelle mansioni (specie se donne). Esercitavano cioè un potere sulla “persona”, travalicando i limiti contrattuali.

Certo il contesto dell’epoca era diverso dall’attuale: lo statuto fu modellato sulla grande impresa taylor-fordista. Ma molte sue norme, oltre all’efficacia giuridica, conservano attualità dando al lavoro ben fatto libertà e dignità. Capisaldi anche di un’eventuale nuova normativa se si passerà dallo “statuto dei lavoratori” allo “statuto dei lavori”, per eguagliare lavoratori “garantiti” e “non garantiti” (cioè dispersi nelle pieghe dell’attuale struttura produttiva).

Ma se dobbiamo parlare di diversità storiche, dobbiamo partire dal 1952: quando Di Vittorio (Segretario CGIL) chiese una legge per far entrare la Costituzione nelle fabbriche. Eppure solo nel 1969 – dopo il ’68 e l’autunno caldo del ’69 – Giacomo Brodolini, Ministro del Lavoro socialista, affidò a Gino Giugni (giurista di fama e ottimo mediatore d’interessi contrapposti) l’elaborazione d’una legge sui rapporti di lavoro e sindacali nell’impresa. Anche per riportare – coll’aiuto del sindacato – normalità nella vita aziendale, a vantaggio degli stessi imprenditori. Brodolini morì senza vedere la legge. Il successore Donat Cattin, democristiano, chiese a Giugni di completare l’opera. Giugni lo fece brillantemente consultando forze sociali e giuristi, guadagnandosi il titolo di “Padre dello Statuto”.

 Ma cos’è cambiato d’allora, nel lavoro, per parlare di obsolescenza dello statuto? E’ cambiato moltissimo. Infatti, da circa vent’anni, i diritti di lavoratori e  sindacati sono stati erosi da leggi ispirate al neo-liberismo. Per il quale le crisi economiche si risolvono “flessibilizzando” il lavoro, cioè risparmiando sul costo del lavoro, a cominciare dalla sicurezza. Oggettivi taluni fattori di cambiamento: scomparsa dell’impresa taylor-fordista; rivoluzione tecnologica che falcia masse di dipendenti; scomparsa di vecchi lavori e comparsa di nuovi, ma quantitativamente inferiori e qualitativamente diversi. Inoltre: competizione sui mercati globali; prevalenza del capitale finanziario sugl’investimenti nell’economia reale; crisi economica importata dagli USA nel 2008; immigrazione biblica.

Così molti n’hanno approfittato: ristrutturazioni selvagge; licenziamenti collettivi; esternalizzazioni di rami d’azienda e altri tentativi di sterilizzare lo statuto. Evitando tecnicismi, non sempre la disoccupazione dipende da fattori oggettivi. Comunque sono state sconvolte consolidate categorie giuslavoristiche. Dal concetto di “lavoro subordinato” alla quasi-scomparsa del “contratto a tempo indeterminato”, sostituito dalla reiterazione di “contratti a termine” con pretesa di “fidelizzazione”. Norme insidiose e referendum antisindacali  hanno alterato l’identità del diritto del lavoro rompendone la compattezza sistematica.

Il cambiamento ha trovato tutti impreparati. Gl’imprenditori, lenti negl’investimenti per l’innovazione. I lavoratori per mancanza di formazione e riconversione professionale, disattese anche dall’impresa e dalle istituzioni. Le associazioni sindacali e imprenditoriali, incapaci di rappresentare gl’interessi delle nuove categorie. Non ultima la politica, priva d’un piano industriale del Paese.

Ora come ora neppure con la palla di vetro si riuscirebbe a prevedere il futuro del lavoro. L
a confusione regna sovrana, aumentata dal Covid-19, che però suggerisce nuovi modi di lavorare da non trascurare, come il “lavoro a distanza”. L’unica previsione allora è di metodo: serve un “patto sociale” tra rappresentanze imprenditoriali e sindacali, se capaci di recuperare rappresentatività adeguando le strategie alle novità organizzative. In realtà qualsiasi progetto di politica economica del Paese deve coinvolgere forze sociali e incentrarsi sul valore delle risorse umane. Ciò richiede la partecipazione dei lavoratori a livello macro e micro-economico (artt. 3, co. 2° e 46 Cost.).

Spetta però alla politica prospettare finalmente una visione complessiva della crescita attraverso la “concertazione” con le parti sociali. Un’operazione gigantesca che può riuscire soltanto se tutte le componenti politiche e socio-economiche del Paese convergono sull’obiettivo comune di ripartenza dell’economia dopo la catastrofe della pandemia. Il primo passo è la serena convivenza nei luoghi di lavoro, dove vanno aumentate sicurezza e produttività. In ciò la validità dello statuto dei lavoratori è attualissima: anche dopo mezzo secolo!
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Articolo, pubblicato da Corriere del Mezzogiorno. 24 maggio 2020

Mario Rusciano

Professore Emerito di Diritto del lavoro, Università di Napoli Federico II.

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